• Uliano Lucas

Il tempo dei lavori

Genova, il lavoro invisibile del nuovo millennio e le realtà di una riconversione postindustriale senza progettualità.

2016. Gli anni della Genova delle grandi fabbriche del Ponente, terzo polo del triangolo industriale che dieci lustri fa ha determinato il miracolo economico del paese sono ormai storia dell’altro secolo. Memoria di un Novecento che ha identificato lo sviluppo economico con quello industriale, con tutte le contraddizioni che ne sono derivate; il Novecento delle “tute blu”, dell’operaio-macchina di Tempi moderni ma anche dal grande protagonismo operaio degli anni Settanta.

Oggi la città vive una condizione in cui le forme del lavoro sono sempre più sfuggenti, frantumate al punto da diventare a tratti invisibili, impalpabili nelle possibilità di realizzazione personale che offrono, nella loro monetizzazione salariale, nel loro impatto sociale. L’economia fluida, con le sue promesse, per molti ingannevoli, di inizio millennio, si è trasformata in pantano.

I poli industriali ancora presenti nella città hanno conosciuto un ridimensionamento epocale in termini produttivi e occupazionali dettato da una automazione dei processi produttivi che è andata di pari passo con le politiche di deregolamentazione, privatizzazioni, scorpori degli anni Novanta. “L’Ilva, dopo la privatizzazione e l’accordo del 2005 con la chiusura dell’area a caldo, è ridimensionata a circa 1700 addetti consegnati a rotazione a lavori di pubblica utilità”. Conoscono uno sviluppo solo l’economia del porto e il settore dell’innovazione tecnologica, con l’Istituto italiano di tecnologia, i laboratori dell’ospedale Gaslini, l’Ericcson. Ma il primo vive, sul piano del lavoro, una condizione di parcellizzazione delle mansioni attraverso la pratica ormai consolidata degli appalti che rende sempre più difficile la tutela dei diritti. Il secondo rimane un ambito comunque ristretto, un’avanguardia che non dialoga con l’economia complessiva della città, le cui “ricadute territoriali non sono tali da innescare un processo di inseminazione produttiva”. Genova è attraversata da dinamiche di precarizzazione e dequalificazione del lavoro, segnata da realtà di disoccupazione e impoverimento e da un invecchiamento della società in termini anagrafici, culturali e di progettualità che non riesce ad essere compensato dalla consistente immigrazione straniera, spesso confinata a lavori non qualificati ed esclusa dalla costruzione del tessuto identitario della città. “Il settore manifatturiero si è ridotto nell’arco di due decenni di oltre 20mila unità e assorbe, nel 2015 e nell’intera provincia di Genova, 43mila addetti”. 43mila giovani tra i 15 e i 29 anni “non sono occupati né inseriti in un percorso di formazione”. L’economia dei nuclei famigliari si regge sempre più sulle pensioni degli anziani e sui risparmi del ceto medio. Mentre l’espansione del settore dei servizi, del turismo, della cultura, è costruita su una rete fragile, segnata dall’estemporaneità e ancora una volta dallo sfruttamento del lavoro precario dei giovani.

Così se tra gli anni ’90 e i 2000, Genova è stato il laboratorio di una “credibile utopia”, quella di un’economia dell’immateriale che si ponesse al servizio dell’uomo e sprigionasse nuove possibilità e progettualità, in una reinvenzione dei mondi del lavoro, oggi la città è solo lo specchio della crisi economica e d’identità di un nuovo millennio che si è precocemente ripiegato su se stesso.

 

Tatiana Agliani

 

I virgolettati sono di Luca Borzani, dal testo introduttivo al volume Il tempo dei lavori (Il Canneto, Genova, 2016), pubblicato in occasione dei 120 anni dalla costituzione della Camera del Lavoro di Genova.

 

Uliano Lucas